L’ironia della Storia certe volte è spietata. Il fiscal compact, il patto che prescrive severe e inderogabili regole in materia di disciplina di bilancio, potrebbe essere compromesso, almeno nella sua rigida forma attuale, proprio dal paese che l’ha fortissimamente voluto: la Germania della cancelliera Angela Merkel. Il governo tedesco, infatti, si trova in difficoltà e il voto del Bundestag sul Fiskalpakt, che era stato fissato in un primo momento per il 25 maggio, dovrebbe già essere stato rinviato a data da destinarsi. Non è l’unica difficoltà sulla via dell’entrata in vigore dell’accordo che venne firmato all’inizio di marzo da 25 dei 27 paesi dell’Unione europea (tutti meno Regno Unito e Repubblica ceca). Ce ne sono molte altre, ma certo quella targata Berlino è quella più clamorosa.
Il problema con cui deve fare i conti Frau Merkel nasce dalla Corte di Karlsruhe, l’equivalente tedesco della nostra Corte costituzionale, la quale, con ogni probabilità, sentenzierà che l’eventuale ratifica del patto europeo di bilancio, costituendo un atto che modifica un aspetto della Carta fondamentale, dovrà essere approvata con una maggioranza parlamentare qualificata, cioè da almeno due terzi dei membri del Bundestag. Questa maggioranza la cancelliera non ce l’ha. Forse non ha nemmeno più una maggioranza semplice, a causa della fronda dei suoi alleati liberali e di settori della Csu e della Cdu. Per far passare la ratifica del Fiskalpakt dovrà perciò negoziare con l’opposizione e questa porrà le sue condizioni. La Spd e i Verdi già hanno indicato quali saranno queste condizioni: l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie (Tobin tax europea), qualche programma di investimenti pubblici e forme di condivisione del debito, ovvero gli eurobond o qualcosa che somigli loro. Quelli che l’attuale governo tedesco giudica poco meno che strumenti del diavolo. Misure che ridimensionano alquanto se non la lettera del patto, almeno la filosofia che gli sta dietro: disciplina di bilancio senza se e senza ma e senza eccezioni. Neppure per l’Italia che, secondo Monti, avrebbe ottenuto condizioni particolari per il rientro dal debito, fissato per tutti gli altri a una quota di riduzione di un ventesimo l’anno fino al livello del 60% del Pil (ora siamo sopra al 120%, per cui dovremmo sostenere una serie di manovre di dimensioni mostruose).
È la consapevolezza di dover venire a patti che ha spinto Angela Merkel alla recentissima apertura su eventuali misure a favore della ripresa cui in Italia è stato dato tanto credito fino a far parlare qualcuno di un nuovo asse Roma-Berlino sulla crescita? Vedremo. Intanto va detto che quella tedesca non è l’unica incertezza che grava sulle sorti del fiscal compact.
Cominciamo dalla più evidente. È possibile, se non probabile, che il prossimo presidente della Repubblica in Francia sia François Hollande. Il candidato socialista ha ribadito in tutte le occasioni che chiederà una rinegoziazione del patto. Non sarà facile e dobbiamo probabilmente aspettarci forti tensioni sull’asse Parigi-Berlino che, a differenza del presunto asse con Roma, è una realtà solida, sia per ragioni storiche che economiche. Il minimo che ci si può aspettare è che la discussione sfoci, almeno, nell’affiancamento al fiscal compact di un altro accordo, centrato, questo, sul lavoro e sulla crescita. Anche in questa ipotesi il negoziato porterebbe all’apertura di una fase nuova della strategia anti-crisi dell’Europa. C’è anche chi, come il Movimento federalista, ritiene che l’occasione delle ratifiche possa, o debba, essere l’occasione per un rilancio delle prospettive dell’integrazione politica dell’Unione, favorito dall’iniziativa di forze e personaggi pubblici sicuramente europeisti.
Può essere. Intanto vanno registrate, però, tutte le difficoltà che si oppongono all’effettiva entrata in vigore, il 1° gennaio del 2013, del patto. In primo luogo ci sono le defezioni eccellenti. L’inchiostro delle firme non si era ancora asciugato sul testo che, a marzo, il primo ministro conservatore Mariano Rajoy ha fatto sapere che Madrid non rispetterà l’obbligo di ridurre il deficit del 2012 dall’8,5 al 4,4% prescritto dai criteri del patto. La Spagna non scenderà sotto il 5,8% perché ogni ulteriore calo avrebbe “insostenibili effetti recessivi” e Rajoy ne ha fatto una questione di “sovranità nazionale”. Qualcosa che equivale a una bestemmia contro la filosofia dell’accordo. Poi c’è stato il pasticcio olandese. Il governo conservatore di Mark Rutte ha dovuto sottrarsi agli obblighi di riduzione del deficit per salvare l’appoggio esterno dell’estrema destra del populista Geert Wilders che gli consentiva di vivere. Wilders, che propugna l’uscita dall’euro e il ritorno al fiorino, ha poi ritirato lo stesso il suo appoggio e i Paesi Bassi si sono avviati sulla strada delle elezioni anticipate. Con un’opposizione antieuropea da destra che uscirà dalle urne presumibilmente rafforzata, è difficile che il prossimo governo riesca a tenere il paese sulla linea rigorista che l’Olanda ha sempre mantenuto, talvolta andando anche oltre la Germania.
Infine c’è l’incertezza sulle ratifiche da parte dei paesi. La prima prova arriverà già a fine maggio, quando dovrebbe tenersi in Irlanda il referendum voluto, un po’ a sorpresa, dal Taoiseach (primo ministro) Enda Kenny. Perché il patto entri in vigore è necessaria la ratifica di almeno 12 dei 17 stati dell’Eurozona. In alcuni la ratifica parlamentare è molto incerta e nessuno ha spiegato, finora, che cosa accadrebbe agli eventuali paesi dell’euro che restassero fuori. Non aderendo al patto questi paesi non avrebbero accesso all’ESM (l’European Security Mechanism) che sostituirà il fondo salva-stati EFSF e che entrerà in funzione a luglio. Ma così si troverebbero esposti senza alcuna difesa agli attacchi della speculazione internazionale e i problemi che ne deriverebbero ricadrebbero immediatamente su tutta la zona dell’euro. Ecco perché si moltiplicano le voci di quanti ritengono che nel migliore dei casi l’entrata in vigore del fiscal compact sarebbe inutile e che nel peggiore sarebbe disastrosa. E non è certo un caso se, ormai da qualche settimana, i sostenitori della austerity policy ad ogni costo vanno soccombendo ai solidissimi argomenti di chi contro la crisi finanziaria chiede un’altra politica. E magari con questa posizione vince anche le elezioni, come in Francia.
Paolo Soldini